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Autori - Eduardo De Filippo

Eduardo De Filippo

a cura di Vincenzo Albano

 

Ogni tentativo di dare alla vita un qualunque significato è Teatro.

E. De Filippo

 

 

Le voci di dentro

A partire dalla povertà morale e fisica di Napoli milionaria, ancora ravvivata dalla speranza di cambiamento, passando per la comicità buia di Questi fantasmi! e il dramma familiare di Filumena Marturano, Le voci di dentro chiude il ciclo delle opere di Eduardo nate nell’immediato dopoguerra (1948). Il ritratto è ancora una volta, ma forse più chiaro, quello di un Paese profondamente scosso nei valori e poco fiducioso in una vera rinascita, come se gli orrori vissuti avessero contaminato la coscienza delle persone. «Il sogno – Eduardo stesso lo dice – è la spia di una grande inquietudine che ci attanaglia. I personaggi di questa commedia portano con sé l’ansia di una guerra appena finita, di violenze non dimenticate […] Pensavo, con Filumena Marturano, di aver messo in evidenza questa situazione ai governanti, pensavo avrebbero preso provvedimenti […] ma le cose rimasero stazionarie e allora ecco Le voci di dentro».
Fu scritta e rappresentata nello stesso anno, il 1948. Le recite che Eduardo stava dando al Teatro Nuovo di Milano con La grande magia dovettero essere interrotte per la grave malattia che colpì Titina. Il contratto tuttavia prevedeva una nuova commedia entro Natale e questo lo costrinse ad un lavoro frenetico. «All'Hotel Continentale – come egli stesso racconta – la stanza divenne un vero campo di battaglia, con fogli sparsi dappertutto, persino sotto il letto e nella stanza da bagno. Appena finita una scena la segretaria della compagnia la portava ad una vicina copisteria e poi me la riportava per gli ultimi ritocchi». La nuova commedia fu terminata in soli sette giorni. La vicenda è quella di Alberto Saporito, che giunto in casa Cimmaruta assieme al fratello Carlo ottenebrato da un sogno, fa arrestare l’intera famiglia accusandola di un assassinio; ma quando si accorgerà dell’abbaglio, avrà già ascoltato sorpreso la diffida di tutti i familiari che si accusano l’uno con l’altro di un crimine inesistente, svelando a sé stesso e al mondo che non è l’assassinio il crimine, ma averlo creduto possibile per mano dei propri congiunti, averne architettato uno vero per coprirne uno presunto. Fin qui si spinge l’uomo che Eduardo racconta, invidioso e sordo ormai anche alle voci della propria coscienza. A casa Cimmaruta scorre un benessere sospetto alla fine di una guerra che ha invece impoverito i fratelli Saporito, incapaci di rinvigorire il loro commercio di sedie per feste di piazza, incapaci di mostrarsi uniti di fronte a tale difficoltà. È Zi’ Nicola l’unico vero saggio, che ha deciso volontariamente di smettere di parlare perché non c’è più bisogno della parola in un mondo in cui non ci si ascolta più neanche all’interno della stessa famiglia. Ecco la fine della speranza. Zi’ Nicola dice che parlare è inutile. «Se l’umanità è sorda, io mi faccio muto». Ma le voci di dentro non smettono di parlarci. Basterebbe solo ricominciare ad ascoltarle, capirle, interpretarle.