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Autori - Eduardo De Filippo

Eduardo De Filippo

a cura di Vincenzo Albano

 

Ogni tentativo di dare alla vita un qualunque significato è Teatro.

E. De Filippo

 

 

La grande magia

Scritta nel 1948 e al debutto nel dicembre del ’49, a Napoli, con la Compagnia “Il teatro di Eduardo con Titina De Filippo”, è tra le più amate e meno fortunate sue commedie, pervenuta al successo internazionale solo molti anni dopo, nella messinscena del 1985 di Giorgio Strehler (che aveva da poco terminato La tempesta di Shakespeare e L’illusion comique di Corneille).
Eduardo era da poco scomparso, così lo spettacolo assunse, non volendo, il valore di una celebrazione postuma. In realtà, rappresentò la messa a punto critica di un’opera, da parte di un’artista che l’aveva interpretata incurante della critica degli anni Cinquanta e di Pirandello. Per Eduardo vi furono infatti più amarezze che soddisfazioni. Al di là dei consensi, che comunque premiavano l’allestimento, non gli andava giù la continua “denuncia” di pirandellismo. Lo scriverà senza mezzi termini su «Il Dramma» del marzo 1950 (a. XXVI n. 105), sul finire delle recite all’Eliseo: «Questo ho voluto dire, che la vita è un gioco, e questo gioco ha bisogno di essere sorretto dall’illusione, la quale a sua volta deve essere sorretta dalla fede. Ed ho voluto dire che ogni destino è legato al filo di altri destini, in un gioco eterno: un gioco del quale non ci è dato di scorgere se non i particolari irrilevanti». Tolse presto l’opera dal repertorio, senza riprenderla mai più, se non più tardi, nel 1964, quando ne realizzò un’edizione televisiva.
Un po’ come tutti i suoi personaggi, pensiamo a Domenico Soriano, a Gennaro Iovine, a Pasquale Lojacono, anche Calogero Di Spelta, protagonista de La grande magia, è di fronte alla tragedia quotidiana della realtà; il tema della verità e della menzogna però, in questo caso, si trasforma in quello dell’illusione come disperato rifugio. Egli non è altro che un pover’uomo deluso dalla vita, aggrappato come un naufrago all’unica sua àncora di salvezza rappresentata – appunto – da un’illusione. Sua moglie, per concedersi una mezzora col suo amante, si mette d’accordo con l’illusionista Otto Marvuglia, che fa spettacolo all’Hotel Metropole. Davanti al pubblico dei villeggianti, entra in un misterioso sarcofago e sparisce. Il gioco di prestigio però non riesce. La signora scappa via, trasformando il trucco in una condanna destinata a durare anni. Quando infatti suo marito si troverà a chiedersi perché la donna non ricompaia, per cavarsi d’impaccio il malcapitato illusionista lo convincerà che ella sia contenuta in una scatola, da cui potrà ricondurla a sé solo dopo aver riaperto lo scrigno con fede. Dopo le prime resistenze, Calogero si lascia andare alla mistificazione e, rifiutando d’accettare l’idea dell’adulterio, si convince di essere compartecipe a metà di quel mistero per cui Marvuglia, tra cialtroneria e compassione umana, si fregia del titolo di professore. Niente riuscirà a restituirlo alla crudezza del mondo e dei suoi errori infimi, nemmeno il ritorno della compagna, che rifiuterà di riconoscere, preferendo perpetuare il vagheggiamento di una figura leale.