unisa ITA  unisa ENG


Raffaele Viviani - Il teatro

Raffaele Viviani

a cura di Nunzia Acanfora


E ce ne stanno fatiche...

R. Viviani

Rapporto musica-testo

Una delle peculiarità del teatro europeo del primo Novecento è lo strettissimo rapporto musica-parole che è, per esempio, la caratteristica fondamentale del teatro di Wagner.
Anche un autore di matrice popolare quale Raffaele Viviani, nella sua opera, realizza una stupenda fusione musica-testo, al punto che può essere collocato nella migliore drammaturgia europea del primo Novecento. La grande originalità del teatro vivianeo è data dalla presenza e dalla funzione della musica. Infatti, nella sua opera la musica ha un'importanza assoluta ed una funzione insostituibile: attraverso i canti, i melologhi, le melopee, l'autore crea subito l'atmosfera voluta, imprigiona lo spettatore in una dimensione magica di rapimento.
Nel teatro di Viviani la prima grande novità, come osserva Ferdinando Taviani, è che verso e musica si accostano alla prosa in posizione non subordinata né decorativa, ma paritaria ed egualmente espressiva. Alla musica, alla canzone spetta addirittura il compito di caratterizzare, attraverso un conciso profilo, le componenti essenziali del personaggio. Questa complementarità di codici espressivi fu privilegio di Viviani, rispetto ad altri colleghi, perché egli stesso scriveva i versi e la musica del suo repertorio.
Raffaele Viviani appartiene, come scrive Pasquale Scialò, a quella categoria di artisti classificati come melodisti non trascrittori, che pur non essendo in grado di fissare sul pentagramma il loro pensiero, pur non essendo in possesso di una competenza musicale tecnica sono gli autori delle musiche. È lo stesso Viviani nell'Autobiografia a rivelarci che le musiche se le faceva scrivere, dopo averle canticchiate al maestro.
Viviani produsse circa 1300 pagine trascritte di musica per canto e pianoforte. Suoi collaboratori principali furono Enrico Cannio ed Eduardo Lanzetta. La prestazione musicale di questi suoi collaboratori consisteva nella trascrizione della parte melodica del brano e nel conseguente arrangiamento di esso.
È per questo motivo che spesso gli studiosi hanno paragonato Raffaele Viviani alla coppia Brecht-Weill. Anche se il paragone più calzante è sicuramente quello con Charlie Chaplin che, in tutt'altro contesto, musicò gran parte dei suoi film avvalendosi delle collaborazioni, adattamenti, consulenze di musicisti quali Johnston e Raskin.
Il teatro musicale di Viviani, come osserva Pasquale Scialò, può addirittura essere accostato a quell'esperienza musicale giovanile qual è la beat generation.

 

Il parallelo Viviani-Chaplin

Il teatro di Raffaele Viviani è un fenomeno decisamente originale ed atipico nel panorama teatrale internazionale al punto che i critici e gli storici del teatro hanno avuto difficoltà nel decidere a quale genere ed in quale filone inserire la sua produzione teatrale.
L'arte vivianea di fare teatro è stata accostata - come sottolinea Ferdinando Taviani - alla coppia Brecht-Weill, a Molière, a Gorkij, ai futuristi, a Dickens, a Cechov, a Dostoevskij, alla Commedia dell'Arte, a Belli, a Baudelaire, a Stanislavskij, a Mejerchold, a Karl Valentin, a Pirandello, a Ruzante ed a Goldoni. Ma il paragone più adatto e significativo forse è quello con il grande Charlie Chaplin, drammaturgo-attore-regista-musicista che, negli stessi anni, darà vita ad un genere cinematografico assolutamente innovativo, che può essere considerato un grande omaggio al Music-hall, da cui Chaplin proveniva.
Per entrambi la musica svolge una funzione insostituibile, assumendo, rispetto al testo, una posizione non subordinata o decorativa, ma paritaria ed ugualmente espressiva; entrambi spesso attribuiscono alla musica anche il compito di caratterizzare le componenti essenziali di un personaggio.
Chaplin come Viviani appartiene a quella categoria di artisti classificati come "melodisti non trascrittori", che pur non avendo una competenza musicale tecnica sono gli autori delle musiche. Infatti, anche se in tutt'altro contesto, Charlie Chaplin musicò gran parte dei suoi film avvalendosi delle collaborazioni, adattamenti e consulenze di musicisti quali Johnston e Raskin.
È opportuno ricordare che Ennio Flaiano individua delle significative analogie mettendo a confronto il capolavoro vivianeo La musica dei ciechi (1928) con il film di Chaplin Luci della città (1931).
In questo film, frutto di un accurato ed esteso lavoro (la sua preparazione durò tre anni), Chaplin presenta un modo del tutto originale di impiegare la musica, basti pensare ad alcuni intelligenti effetti sonori usati in tale pellicola (i rumori incomprensibili che tengono il posto dei discorsi alla cerimonia d'inaugurazione del monumento; il fischietto che, inghiottito da Charlot, gli provoca un bizzarro singhiozzo).
E, sicuramente, la grande peculiarità de La musica dei ciechi, e del teatro vivianeo in generale, è data proprio dalla presenza e dalla funzione particolarissima della musica.

 

Nota bibiografica su Viviani-Chaplin

 

  • CHAPLIN C., La mia autobiografia, traduzione di Vincenzo Mantovani, Milano, Mondadori, 1964.
  • FLAIANO E., "L'Europeo", anno XXIII, n. 17, 27 aprile 1967.
  • LEZZA A., Nota introduttiva a La musica dei ciechi, in R. VIVIANI, Teatro, a cura di Antonia Lezza, Guido Davico Bonino, Pasquale Scialò, Napoli, Guida Editori, 1991, Vol. V, p. 175.
  • SCIALÒ P., Le musiche, in Teatro e drammaturgia a Napoli nel Novecento. Bracco, Viviani, Eduardo, Patroni Griffi, Napoli città teatrale, "Misure Critiche", Anno XIX, n. 70-71, gennaio-giugno 1989, p. 47.
  • TAVIANI F., Raffaele Viviani inventa un teatro, in Uomini di scena, uomini di libro, Bologna, Il Mulino, 1995, p. 108, 115.