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Raffaele Viviani - Il teatro

Raffaele Viviani

a cura di Nunzia Acanfora


E ce ne stanno fatiche...

R. Viviani

Viviani e la maschera di Pulcinella

Con la morte di Antonio Petito nel 1876 si chiude a Napoli la grande stagione di Pulcinella. Da allora questa maschera continuò ad essere un grande mito di identificazione regionale, ma rimase confinata sempre più nei teatri di terz'ordine, frequentati quasi esclusivamente da un pubblico proletario.
Nel Novecento il teatro di Pulcinella attira l'interesse e la riflessione di alcuni artisti. Attraverso Petrolini e, soprattutto, Raffaele Viviani ed Eduardo De Filippo, la riflessione della maschera su se stessa - come osserva Domenico Scafoglio - giunge ad una fase di approfondimento definitivo in cui il metateatro schiaccia il teatro e ne sancisce la dissoluzione. (Cfr. D. SCAFOGLIO, Pulcinella, Roma, Newton Compton, 1996, pp. 50-52.)
Per questo Viviani e De Filippo rappresentano, consapevolmente, una rottura più che una continuità rispetto ad una tradizione che essi considerano arcaica e di cui cercano, piuttosto, di capirne il significato e la funzione.
Infatti, le poche pulcinellate - come sottolinea Domenico Scafoglio - che essi compongono sono più commedie su Pulcinella che commedie di Pulcinella, dal momento che la maschera da essi viene assunta come una reliquia preziosa di un teatro in cui tuttavia affondavano le loro radici, ma in cui non si esaurivano i loro progetti, un cimelio di cui bisognava studiarne l'utilità ed il ruolo storico-teatrale, ed al tempo stesso ribadirne l'inattualità.
La prima esperienza di teatro di Raffaele Viviani con la maschera di Pulcinella è costituita dalla commedia Siamo tutti fratelli, tratta da una lunga commedia di Antonio Petito intitolata So muorto e m'hanno fatto turnà a nascere.
Viviani, pur rifacendosi ad una commedia di Petito, rielabora in maniera innovativa alcuni tratti fondamentali del linguaggio pulcinellesco tradizionale e - come osserva acutamente Domenico Scafoglio - presenta un Pulcinella perduto in una sorta di angelismo rapito e sognante: costretto a muoversi in un mondo di opportunisti, passa agli occhi di tutti come lo sciocco di sempre, manovrabile a piacimento dai furbi disonesti, anche se, nell'interpretazione dell'autore, sembra rappresentare la radicale alternativa a questo mondo.
Viviani trasforma il distacco storico del buffone, il suo fare disimpegnato e canzonatorio che conosciamo in un esplicito atteggiamento di rifiuto morale e di fuga da un mondo che gli uomini plasmano sulla misura dei propri egoismi e delle proprie ipocrisie.
Viviani ritornerà a riflettere ancora su Pulcinella in una commedia successiva del 1933 intitolata L'ombra di Pulcinella. In questa commedia, Viviani - come osserva Domenico Scafoglio - mostra la decadenza triste e penosa di un vecchio interprete del Cetrulo, Vincenzo, che rappresenta emblematicamente la fine del teatro di Pulcinella, irreversibilmente destinato a ridursi alle dimensioni di teatro di fantocci per un pubblico infantile; questo destino è incarnato dal figlio di Vincenzo, che manifesta al padre l'impossibilità di dare al Cetrulo altri contenuti e significati che non fossero quelli del passato. Sicuramente l'interesse maggiore di questa commedia è costituito dalla sua capacità di far diventare teatro vivo (e non semplicemente, come era accaduto qualche volta nel teatro di Petito, comica rappresentazione) non tanto la maschera, quanto i suoi interpreti, con le loro storie di sofferenze e di sconfitte.