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Raffaele Viviani - Scritti vari

Raffaele Viviani

a cura di Nunzia Acanfora


E ce ne stanno fatiche...

R. Viviani

Scritti vari

I ricordi di Raffaele Viviani
Ettore Petrolini il mio più caro amico


Il primo incontro a Milano nel 1906 - Vecchio Varietà con Armando Gill - "Rafè, tu sei l'unico amico che salvo" - Quando cantava con la chitarra

La prima volta che sentii parlare di Ettore Petrolini fu nel 1903, a Civitavecchia. Mi dissero che aveva scaraventato contro un muro un orologio di metallo, dopo che aveva potuto, per la prima volta, comprarne un altro di argento. Da allora me lo dipinsero come un tipo originale ed io ero curioso di conoscerlo. Ci incontrammo tre anni dopo a Milano. Avevo avuto un contratto per il teatro Morisetti, dove dovevo debuttare dopo di lui. Mi presentai infatti a Milano, dopo un viaggio avventurosissimo durato tre giorni, a tappe, in compagnia di un circo equestre di terz'ordine e, per giunta, di alcuni leoni vecchi e famelici; e quale fu la mia sorpresa quando, arrivando a teatro, trovai che Petrolini aveva riconfermato la sua "tournée"...
Il mio sgomento fu enorme. Egli, mosso a compassione dal mio caso, si lasciò andare a violenti improperi contro l'impresa che non mi aveva avvisato. Poi, per rimediare, poiché ero rimasto all'asciutto, Petrolini mi indirizzò per una scrittura alla Gelateria Siciliana, una specie di caffè concerto estivo. Ma era ancora inverno. E così per un buon pezzo di tempo rimasi a mangiare con i caffettieri, che per fortuna erano di buon cuore, fino a che non andai a Torino, ove ripresi a lavorare.
Rividi Petrolini altre volte. Ormai entrambi facevamo carriera nel Varietà.
Una volta nel 1914 capitammo assieme, in programma, alla Sala Umberto di Roma. C'era con noi Cuttica, il grande comico, che era specialista in macchiette militari, Molinari e Riccioli, che facevano un solo numero di imitazioni, ed altre grandi "vedettes" dell'epoca, fra le quali Armando Gill. Con che senso di cameratismo la sera dividevamo gli onori del successo grandissimo! Si chiudeva lo spettacolo una volta per uno. C'era una gara fra noi, ma una gara che impegnava noi stessi in un senso di superamento. Ed ogni notte, felici, giravamo per Roma, scrivendo sulle cantonate "Viva Viviani", "Viva Petrolini", come se fossimo stati due candidati a Montecitorio.

Il mastro di forgia
Dopo quel periodo nacque il suo Teatro, ed il mio Teatro lo seguì di qualche anno. Lotte per lui, lotte per me. Due metodi diversi. Lui, asprissimo, aveva il coraggio di cantarle ai critici diffidenti dal palcoscenico; io, più timido, accumulavo amarezze su amarezze, tormenti su tormenti nel fondo del cuore, senza osare di ribellarmi; ma tenevo duro.
Già celebri, c'incontrammo a Montecatini. Io recitavo al Teatro Palazzo, lui era venuto a villeggiare. Venne alle prove una mattina. Fu una festa. Nel pomeriggio decidemmo di fare una gita al giardino settecentesco di Collodi. Stabilimmo però di non parlare di teatro. Ma ad un tratto, mentre la macchina imboccava una via di campagna, Petrolini saltò a dire: "Vedi, Rafè, è destino che dobbiamo entrare in un teatro". E perché? "Guarda: Botteghino". Alzai gli occhi e lessi su una facciata di casa: Botteghino. Era il nome di una frazione. Nel giardino di Collodi passammo un pomeriggio indimenticabile. La sera Petrolini venne a teatro. Io recitavo Il mastro di forgia. Durante il primo atto, mentre il protagonista apre il suo animo, dolorante per le ingiustizie della società, il rumore di un treno (il teatro era vicino alla ferrovia) m'impedì di proseguire. Io mi fermai qualche minuto e, quando il rumore cessò, continuai. Dopo il primo atto, Petrolini mi fece: "Senti, Rafè, se fossi stato io al tuo posto al momento dell'interruzione, avrei detto al pubblico: Guardate, non bastano gli uomini ad andarmi contro, anche il treno mi deve dare fastidio!".
Lui avrebbe sentito il bisogno di evadere dal personaggio, io no. Era la differenza sostanziale dei nostri temperamenti. E Petrolini si piccava quando gli dicevano: è un istintivo. Una volta rispose ad un grande critico romano: "Ma che istintivo, fammi il piacere! L'istinto ce l'hanno i cani".

A Castel Gandolfo
Dopo Montecatini ci rivedemmo a Roma. Io ero con la famiglia. Ci invitò tutti alla sua villa di Castel Gandolfo. Questa volta non si parlò che di teatro. Nominava tutti gli attori e, ad un tratto, esclamò: "Io dico male di tutti. L'unico che salvo, sei tu. Pensa, Rafè: ancora quelle recitazioni col birignao, oppure alla maniera di quei vecchi tragici che quando uscivano sulla scena con i vocioni terribili facevano mettere paura ai bambini. Io, invece, ci tengo molto a divertire i bambini, perché quando un bambino si è divertito, a casa poi dice ai genitori: Andiamo a vedere Petrolini, se no faccio le bizze! E il padre, per contentare il figliolo, viene a teatro anche lui".
Dopo pranzo, in giardino, prese la chitarra e si mise a cantare. Poi disse: "Ti voglio far sentire questa canzone". Ed accennò con la sua voce roca, intensissima di umanità, una satira alla canzone napoletana:

"Evviva Napule!
È bella Napule!
Sultanto Napule!
Napule! Nà!
'O sole 'e Napule!
'A luna 'e Napule!
'O cielo 'e Napule...".

E così fino all'infinito: "Sai - soggiunse - l'ho cantata a Napoli in serata d'onore e il pubblico non s'è ribellato. Da me il pubblico napoletano accetta tutto. In fondo, il napoletano è buono. Ha un solo difetto: quello di prendere un artista come un limone: lo spreme finché non ci rimane una goccia del sugo e poi lo getta via".
Lo rividi ancora a Roma, poi partì per l'estero.
Mi giunse dal Cairo una fotografia: Petrolini in primo piano e dietro, in lontananza, alcune case diroccate. Egli aveva scritto su: "La città morta". Dietro lessi ancora poche parole piene d'amarezza: "Rafè, questo giro in Egitto mi fa ricordare i tempi di Civitavecchia al teatro della Scaletta". E poi più sotto una quartina:

Che tragedia da ridere
questo nostro soffrire!
Noi soffriamo per vivere
e viviamo per morire!
Al ritorno ci incontrammo a Milano. Lavoravamo in due teatri diversi. La sera al Biffi eravamo sempre insieme. Una sera Petrolini era davanti ad un pantagruelico fagiano. Io domandavo ad un dottore presente qual era il mio aspetto: se mostravo di essere sofferente oppur no. Il dottore mi rispose: "Sta benissimo". Io, tutto soddisfatto, dichiarai che la tale medicina aveva contribuito a farmi star su. Petrolini ascoltava. Poi, in tono ironico mi disse: "Rafè, mangiati il fagiano. Ma come sei ingenuo! Tu credi alle medicine? Io ce n'ho una esperienza...". Povero Ettore! Alludeva alle sue terribili malattie, che da anni non gli davano tregua. Che cos'era il mio piccolo esaurimento nervoso a confronto delle sue frequenti ricadute?
Quando seppi che era gravissimo, andai a Roma a trovarlo. Stava su di una poltrona e prendeva l'ossigeno. Mi vide e disse: "Rafè, entra, sto telefonando".

"Salutami tutti"
Stetti con lui tanto tempo, avevo il cuore che mi scoppiava. Egli era sostenuto, aveva conservata intatta l'audacia sarcastica della sua personalità formidabile. Si ricordò di tutta la mia famiglia, dei miei figli ad uno ad uno. "Salutami Vittorio, quello che quando veniva al mio teatro mi faceva certe critiche! E Yvonne e Luciana e Gaetano. Vedi, Rafè. tu sei stato diverso da me. Tu hai costruito ed hai sentito il bisogno di creare il caldo del tuo focolare. Io, no. Io non avrei potuto". "Ma io mi dovevo difendere....", risposi.
Grande anima. Una fiamma, la sua vita. Una fiamma la sua Arte, che servì a bruciare tutte le ipocrisie, tutte le convenzioni, tutte le impalcature fradice del vecchio teatro. Fu il mio solo amico. Ora che non c'è più, mi guardo intorno ed intorno a me vedo il vuoto.

Raffaele VIVIANI, "l'Unità", 6 maggio 1950.