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Peppino De Filippo - Terza pagina

Peppino De Filippo

a cura di Daniela Piscopo

 

Considerate, vi prego, il mio teatro lo specchio di voi stessi...

P. De Filippo

 

I mille personaggi di Peppino De Filippo

Abbiamo recentemente ricordato su queste pagine il centenario della nascita di Eduardo De Filippo, per cui riteniamo giusto ed opportuno ricordare pure l'anniversario del ventennale della morte di suo fratello Peppino che ricorre in questo stesso anno. Ricordiamo la sua figura, con profondo rimpianto perché egli ha lasciato come attore la medesima traccia di Eduardo nella storia del teatro nazionale ed in particolare di quello partenopeo. L'Amministrazione comunale di Napoli ha assicurato che, come ha fatto per Eduardo, Peppino sarà pure degnamente ricordato al Mercadante con uno spettacolo dal titolo affettuoso e malinconico: "Ciao Peppino". I tre fratelli De Filippo - in ordine di età Titina, Eduardo e Peppino - erano figli del celebre attore Eduardo Scarpetta - nati da una relazione extraconiugale con la giovanissima nipote Luisella, che li legittimò col proprio nome. Tutti e tre ebbero un'infanzia povera e triste. Ognuno intraprese per proprio conto la via dell'arte teatrale entrando nella compagnia di rivista e di avanspettacolo. Dopo queste prime esperienze essi si misero insieme e crearono la compagnia del "Teatro Umoristico dei De Filippo" diretta da Eduardo. Ottennero a Napoli un successo pressoché immediato. Sostenuti dal successo passarono dal Sud a Nord richiamando sul loro nome e sulla loro arte l'attenzione di tutti i pubblici italiani. I tre fratelli rimasero insieme 13 anni e la loro inseparabilità divenne un mito. Ma come tutte le cose belle e piacevoli sono destinate a finire, venne il giorno della loro separazione che suscitò un grande rammarico. Eduardo era un despota, aveva la pessima abitudine di trattare male tutti, Peppino compreso. Una sera, durante le prove di una commedia, Eduardo era particolarmente incollerito, non gli andava bene nulla. Interrompeva spesso Peppino villanamente, finché Peppino si stancò di quei modi, davanti a tutta la compagnia, si alzò e gli gridò, col braccio alzato nel saluto fascista: "Duce! Duce!", e uscì dal palcoscenico. Si rividero dopo molti anni e precisamente due giorni prima della scomparsa di Peppino, avvenuta giusto vent'anni or sono. Peppino, dopo la separazione con Eduardo, formò una compagnia propria assieme al bravo ed intelligente figlio Luigi. Fu un attore comico di eccezionale vena, dalla maschera fortemente espressiva, dai toni irresistibili e al tempo stesso misurati. Aveva una sua modernità, una modernità particolare, unica. Moderno nella espressione, nella comunicativa, nell'umana immediatezza dei sentimenti che animavano i suoi personaggi. Moderno soprattutto nella spontaneità di un umorismo che non era mai fine a se stesso, e dove gli elementi comici e farseschi si univano, si amalgamavano meravigliosamente con quelli patetici e addirittura malinconici. Questo umorismo aveva origini lontane, nella tradizione, la poesia, la natura tempestosa, sognante del popolo napoletano; e anche nello sfavillio più esilarante, più piacevole, nelle più irresistibili esplosioni farsesche non perdeva il suo carattere originale. Peppino attore era un "personaggio". Non era un mimo. Era un magnifico interprete dei tipi dai grandi accenti umani. Il suo estro non rimaneva mai bloccato o meglio inceppato nei congegni della tradizione vernacola. La sua arte aveva palpiti, vibrazioni, aspirazioni vaste. Indimenticabile la sua interpretazione nel Berretto a sognagli di Pirandello, quando dava la sua sicurezza altezzosa e servile al personaggio del delegato Spanò, accanto allo straziante e buffissimo Ciampa di Eduardo. Lo ricordiamo nelle interpretazioni di personaggi delusi o svaniti, lo ricordiamo nelle strascicanti evocazioni di tipi in procinto di cadere in deliquio. Ma il buon umore, l'arguzia hanno sempre il sopravvento. Vi sono commedie di Peppino dove il pubblico ride dalla prima all'ultima battuta. In Peppino attore c'era il Peppino autore. È difficile scindere le due personalità (come nel fratello Eduardo). Autore assai fecondo, compose oltre 50 commedie di cui parecchie non vennero ingiustamente prese in considerazione critica perché ritenute, a torto, alla stregua di "esilaranti" farse. I suoi atti unici sono irresistibili. Da essi emergono personaggi vivi, caratteristici. Sono tutti ricchi di motivi allegri, di caricatura, di frizzi, di lazzi, di molte invenzioni. Tutti traboccanti di ridicolo. Traspare una ilarità spontanea e innocente. L'atto unico Spacca il centesimo è potentemente ironico e beffardo. L'autorevole critico teatrale Renato Simoni nella sua recensione l'ha definito "un piccolo capolavoro di comicità". La produzione teatrale di Peppino non può ovviamente reggere la comparazione con quella di Eduardo, la quale ha una maggiore caratura artistica. Tuttavia dobbiamo riconoscere che alcune commedie di Peppino si sono rivelate di autentica validità artistica per il loro schietto movimento scenico, per la loro costruzione, per la capacità di tipicizzare ambienti e personaggi, nonché per la presentazione di particolari casi con scintillante vigore di fantasia comica, con molteplici effetti e contrasti umoristici. Le sue prime commedie furono Tutti uniti canteremo, Don Rafele 'o trombone, Quaranta ma non li dimostra (1932) scritta con Titina. Riteniamo opportuno citare quelle più significative e valide: La lettera di mammà; Non è vero ma ci credo; Quel piccolo campo. Quando Peppino volle affrontare le vicende del mondo d'oggi scrisse la commedia in due tempi Quelle giornate (forse il suo capolavoro) che, senza dubbio, non soltanto è una prova documentaristica impressionante di un grave o meglio sinistro periodo del nostro Paese, ma una commedia tra le più significative e valide del teatro del dopoguerra, ricca di vis comica e, insieme, drammatica, dove la rievocazione di "quelle giornate" (che sono le giornate della Liberazione) è di una potenza pressoché allucinante, e i personaggi che vi tumultuano, che vi si agitano hanno maschere e accenti di profonda tenerezza e rilievi di umana pietà. Peppino De Filippo fino al periodo in cui scomparve risultò essere tra i nostri attori quello più sicuramente ancorato alle tradizioni tipiche del nostro teatro. Federico Fellini lo scelse (nel primo episodio di Boccaccio 70) per un personaggio d'impronta tartufesca. E una delle sue interpretazioni più notevoli fu Arpagone nell'Avaro di Molière, cui dava una specie di astuta malignità. Nel cinema partecipò a più di cinquanta film accanto a Fabrizi, a Totò, a Sordi, a Chiari. Interpretò mirabilmente la parte del protagonista, un capocomico guitto, nel film Luci del varietà di Alberto Lattuada con Carla Del Poggio, ambientato nel mondo dell'avanspettacolo. Famosa la sua interpretazione del personaggio Pappagone (Ecche qua!) in una trasmissione televisiva che si intitolava "Scala Reale" ottenendo un notevole successo popolare.
Ancora oggi - a distanza di 20 anni dalla sua scomparsa - proviamo il rimpianto, la nostalgia del suo volto espressivo, della sua voce, della sua eccezionale comicità, delle risate schiette che solo lui sapeva suscitare nel pubblico con purezza d'intenti, con semplicità e con autentica espressione d'arte.

Giancarlo FATTORI, "Giornale di Vicenza", 14 settembre 2000.