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Enzo Moscato

a cura di Isabella Selmin


Nessuna parola già detta andrebbe abbandonata mai, in teatro.

E. Moscato

 

Enzo Moscato. Di teatro si vive
Incontro con Maria Nadotti

Tu nasci come scrittore?
Io sì, nasco come scrittore. Ti sembrerà paradossale, ma io credo che in Italia il teatro viva ancora una condizione ancillare. Non sono tanto convinto che la gente di teatro, la gente che scrive per il teatro, sia considerata alla stregua degli altri scrittori. Quindi un po' questa cosa io me la porto appresso, ma sento anche di non essere ancora uno scrittore. Per me la scrittura, ti ripeto, è un atto esistenziale. Puoi anche scrivere delle balle, delle cazzate, delle cose che non servono solo a te. Quello è l'atto che basta. Però è naturale che poi c'è del lavoro, ci sono letture, studi. Io poi appartengo - a parte questo mio amore proprio biologico per la scrittura, che ho sin da bambino - al mondo della linguistica. Ho un retroterra di semiologo, di studioso di analisi del testo.

In cosa ti sei laureato?
In filosofia. La prima cosa che ho scritto è stato un saggio di analisi del testo su Rimbaud. Per l'Università, quando si cominciava appena a far ricerca. Mi sono laureato a Napoli in psicologia con Jacono, ma ho studiato con Fasullo, Carbonara... E quindi mi porto appresso tutto questo, che non ho voluto gettar via né lasciare fuori dal teatro. E questa è stata un'altra di quelle esperienze toste, che ho dovuto vivere per affermare ciò di cui ero convinto. Non ho voluto separare l'atto teatrale da quello che ero stato io precedentemente, la mia formazione, i miei interessi, Lacan, i linguisti. Tant'è che ho finito per farci degli spettacoli, perché era l'unica maniera per esorcizzare agli occhi miei e agli occhi loro, tutta questa pesantezza culturale, che poi non è neanche tanto pesante. Quello che una persona è, insomma. Io credo che non si possa parlare del teatro in generale. Tutte le volte che mi hanno invitato a fare degli stage sul teatro o conferenze, io ho sempre rifiutato, perché parlare del teatro in generale è appunto impossibile. Tu puoi parlare del tuo teatro. Dico tuo non come atto di presunzione, ma come tua specificità, tuo apporto. Può essere minimo, può essere massimo, ma è quello. Per cui il mio atto teatrale, la mia scrittura teatrale è mista. È una scrittura a impianto filosofico e semiologico - tant'è vero che Quadri dice che negli ultimi anni ho finito per fare delle conferenze più che degli spettacoli, ed ha ragione - che contemporaneamente tiene conto di tutta la mia cultura plebea, l'infanzia sui vicoli, la vita nei Quartieri, mescolando queste cose.

... ho avuto un'infanzia felice anche se povera. Sono nato alla fine degli anni '40, in un'epoca in cui non c'era stata ancora rottura nel modo di vivere italiano. Vivevo nei quartieri spagnoli in un palazzo con tante famiglie. Se la dico sta' cosa, a volte mi sembra che la gente mi prenda per retorico, ma lì di traumi non ne abbiamo avuti di nessun genere, tranne la povertà. Insomma più che la povertà, l'indigenza: sette figli una casa piccola, mio padre spesso disoccupato, mia madre che invece lavorava sempre. Però io tutto quello che mi porto appresso di cultura napoletana l'ho preso in quei dieci anni che sono stato ai Quartieri.

Quanto è durata la tua analisi?
La mia analisi, iniziata nell'85, dura ancora. Si tratta di un'analisi junghiana, l'unica che potrei tollerare perché loro sono molto tolleranti. Un lavoro a sbalzi, con lunghi periodi di sospensione. Il vero inizio comunque è avvenuto quando avevo vent'anni, con Carotenuto. Poi ho continuato con una sua allieva molto brava e lei da dieci anni mi segue più o meno periodicamente. Poi c'è l'autoanalisi, il lavoro che fai tu da solo. In ogni caso io penso che questo del teatro non è il mio mestiere. Loro parlano di individuazione, di una strada tutta tua, tortuosa, che devi andare a cercare. Può darsi che questa per me sia una tappa, ma io non mi immagino di finire la mia vita da drammaturgo.

Maria NADOTTI, "Linea d'ombra", anno XIII, n. 108, ottobre 1995, pp. 64-65.