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Enzo Moscato - Il pensiero teatrante

Enzo Moscato

a cura di Isabella Selmin


Nessuna parola già detta andrebbe abbandonata mai, in teatro.

E. Moscato

 

Della Scrittura-Vita

Come si chiama questo trovarsi in mezzo, all'intersezione esatta, tra spirito e materia, pensiero e corpo, intenzionalità ed azione, organo e funzione?
Che nome dare a questo 'tertium' che è sotteso, chissà?, latente, agli opposti, da sempre, fino a che, con un'illuminazione improvvisa, non lo percepiamo, o che, forse, da loro deriva, come infaticabile processo, elaborazione, tessitura di trame unificanti, creativo rammendo anti-scissionale tra i nostri molteplici Io, o Maschere o 'Persone'?
Alchimia, direbbe qualcuno. Integrazione. Individuazione. Maturazionalità. Direbbero altri. O anche 'raggiungere il Sé'. Fissare e contemplare i plurali nell'uno o l'uno nelle sue pluralità. L'identità complessa. La costellazione polimorfica, il pantheon politeistico degli stellari nuclei archetipici feno-e meta-feno-menici che fanno del Cosmo il nostro Dentro e del nostro Dentro una messa in scena 'en abyme' delle infinità e delle il-limitità delle Galassie.
Molti sarebbero i modi di dire, nominare, declinare questo terzo e le sue abilità. Io preferisco pensare, come Jung, che, per incontrarlo e viverlo, si tratta, in primo luogo, di 'ricercar paralleli'; di porre, a fianco di una cosa che si conosce e che sta lì, davanti a noi, il problema di mettersi a cercarne il negativo, la sua ombra, il suo doppio, il suo versante. Meglio: i suoi tanti crinali/rovesci, anche quelli più lontani, i più dissimili, i più impensabili, i più (apparentemente) estranei.
In campo antropico-epistemico o etno-mitologico (che poi era quello maggiormente praticato, oltre che dal suddetto Jung, anche da Levi-Strauss, Boas, Bachelard), questo 'ricercar paralleli' - omologie-analogie, tra cose, eventi, simboli, icone, per tempi, spazi, culture, diversi tra di loro - alla ricerca di un tratto comune, fondante e unificante, richiede a fortiori lo sconfinamento, il camminare, il nomadare, il saggiare/forzare confini e frontiere, le barre di separazione concettuali-immaginali, che chiudono le cose in sé e non le divaricano al conoscersi l'una con l'altra. E lo sconfinamento a teatro è noto. Non solo nel secolare peregrinare fisico dei guitti, alla ricerca di pubblici e di piazze in cui giocare (to play-jouer), ma anche nell'attraversare/coincidere (con) le tante vite (personaggi, figure, parti) che la loro arte esige. Sconfinare, pertanto, è aprirsi/aprire. Schizo-frenizzarsi/schizo-frenizzare, ma con bellezza, armonia, ironia. È saggiare i propri e altrui limiti, dare continua possibilità espressiva all'inarrestabile 'proceeding' dentro la 'cosa-noi', per verificare contiguità, prossimanze, insospettate, non viste parentele, consaguinità, 'koinài' con ciò che, fuori, sembra Altro da noi. E questa Alterità si pone come necessità e miraggio, bisogno e desiderio, eventualità e utopia, vale a dire sempre con l'ibrido sguardo e tatto dell'ossimoro, delle polarità in tensione.
Ora, il primo parallelo che mi viene da scoprire pensando al teatro è la mia vita e, pensando alla scrittura, è il mio vissuto.
L'uno sconfina naturalmente nell'altro, senza soluzione di continuità, senza fratture.
Non si tratta di retoriche specularità o di gingillismi cerebraloidi, stanti lì solo per tenere in piedi una teoria. È un fatto, un dato. Tutto si tiene, tutto si è sempre tenuto - per dirla con Eraclito (o no?) - tra la mia vita, come corrente reale, e il teatro, la scrittura, come continua invenzione di essa, a partire da questa corrente: cerchi, che so?, che s'incastrano perfettamente l'uno nell'altro, senza mai smettere di cercare altre circolarità, altre 'uroboriche' figure geometriche, che li compensino e li integrino - quasi una matematica saturazione chimica tra loro - mentre arcanamente lavorano a determinare/evidenziare 'soluzioni' nuove, elementi/sostanze inedite, nate dal connubio e dall'infezione di particelle estranee, inizialmente ignote l'una all'altra e che alla fine (miracolosa opera, veramente oscura, 'al nero'!) brillano di un progetto etico, estetico, politico, che racchiude il senso, primo e ultimo, del mio destino, del mio esserci, qui ed ora, su questa terra.
Sì, se metto insieme mia scrittura e vita, il teatro che ho fatto e i tanti eventi reali, concreti, biograficamente bruti, che lo doppiavano in sottofondo, come una musica lontana e a chiosa, non posso fare a meno di rovesciare la prospettiva e dire, con altrettanta approssimazione al 'vero' - che l'evento reale, concreto, era invece il teatro, la scrittura, e la mia vita - il quotidiano essere ferito dalla luce/dolore dell'esserci - null'altro che l'immaginale, l'invenzione, la finzione, l'artificio, uno stravolgente gioco. La follia. Chissà?

Enzo Moscato