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Enzo Moscato - Il pensiero teatrante

Enzo Moscato

a cura di Isabella Selmin


Nessuna parola già detta andrebbe abbandonata mai, in teatro.

E. Moscato

 

Sull'uso liturgico della Scena

Chissà? Forse quel 'terzo' che si raggiunge attraverso l'opera alchemica, l'opera al nero, del fare teatro, è l'Anima, anzi: il fare Anima, come dice James Hillman. E che dunque la messa-in-scena è per l'appunto un rito, una missa sacrale, rivolto al dio di tutte le lacerazioni, gli strappi, i traumi, i conflitti, i demoni, a che compia la grande magia della ricomposizione, dell'integrazione, di tutte le schegge dolorose, acuminate, perturbanti che siamo noi stessi e la caotica vita che ci congloba. La Scena, allora, sarebbe lo spazio di un manifestarsi liturgico e immanente, costellato di simboli, atti, passaggi, formule, icone: sangue, pane, vino, offertorio, introibo, esposizione, ostensione, transustanziazione, introiezione, comunione. In quanto rito, poi, essa raccoglie e fonda, nell'unificante 'credo' comune, la mistica 'religio', gli svariati e spersi membri di un gregge che, proprio attraverso la 'missa', la condivisa offerta/messaggio inviata al 'teos', una 'koiné', una collettività, una tribù, un'etnìa, che rinuncia a farsi guerra al proprio interno, per amare ed adorare l'armonia, la bellezza, la simmetria e l'incastro di parti altrimenti scisse, dilacerate, distruttive. In questo senso, l'ostia fatta passare di bocca in bocca e ingoiata e digerita dai membri del gregge, non è solo un astratto simbolo di adesione e fondazione, un vuoto segno immaginale d'obbedienza o passività, ma atto concreto, gesto intenzionale e corale che, per il teatro, sottolineerebbe, manco a dirlo, il valore fortissimamente orale (il rito va di bocca in bocca, di 'ore in ore', scansione materica-temporica della festa) del suo fondamento principe. Atto politico, inoltre, giacché il condividere e mangiare lo stesso simbolo/cibo - la parola, il gesto, il canto, la danza - tenderebbe a credere e a sperare, oltre che darsi da fare per costruirlo, in un altro Regno, un altro Mondo, diverso e più plurale, da quello in cui siamo chiamati a vivere/non vivere oggi.
È per tutto questo che sulla Scena - su quest'ara sacra e tale proprio perché diversa, eretica, dissenziente - come minimo, si va scalzi, silenziosi, estatici, abbandonati, fiduciosi, inermi. Così come s'andrebbe al tempio, parrocchia, sinagoga, moschea, che si voglia. O al cimitero.
Del resto, sulla sostanziale anti-mondanità (e dunque liturgia pura) del teatro, del fare Anima/Teatro, sulla sua numinosità e terribilità d'arche tipi e tabù che affondano più a fondo della cosiddetta Notte dei Tempi, non pochi grandi si sono soffermati. Uno per tutti, Genet, i cui toni polemici verso le moderne profanazioni laico-mercificanti della Scena, hanno assunto, com'è noto, picchi di provocazione feroce, fino all'abbandono stesso della drammaturgia.
Era, infatti, Genet che, esasperando gli aspetti mistico-rituali insiti alla scena e quelli di setta orfico-estetica fatta d'attori e spettatori, proponeva per il futuro del teatro, addirittura la clandestinità eversivo-perseguitata e come luoghi di culto (?) le catacombe, i camposanti, gli ossavari, tutta la corte dei miracoli negletta del mefitico mondano che attualmente bazzica i foyers, con le sue meschine, insulse, vuote mode, e i corollari immondi dei suoi spettrali blablabla.
Ma Genet, a sua volta, è stato preceduto dai deliri di de Sade, che eleggeva a tal proposito i boudoirs o i manicomi e da quelli di Artaud, che faceva, invece più radicalmente, piazza pulita d'ogni topologia per il lutto e l'ebbrezza del teatro, proponendo per esso il non-luogo puro, l'utopia assoluta di spazio e di tempo, da praticare insieme alla rifondazione originaria di tutto ciò che è umano - vale a dire attualmente disumano.
Dico questo a segnalare - al di là di ogni eccesso - la necessità, ancora viva, oggi, di sganciare il lavoro del teatro, l'opera corrosiva ed innovante del fare teatro, dalla sua banalizzazione e nullificazione consumistica, dalla sua deleteria collocazione al centro degli affari e del tornaconto capitalistico, che sempre più tende ad omologarlo ai discounts, ai siti porno-evasivi, alle ASL, ai centri antistressing, alle pie opere del Niente. Per iniziare a pensarlo, invece, solo ai margini, ai limiti, agli angoli, gli spigoli e i confini fluttuanti e indefiniti delle cose; sul declivio di una parabola, o spirale, che tutto tocca e da niente si lascia catturare, orfana e magnifica nei suoi risvolti multipli di reale, immaginario simbolico - per dirla con Lacan; semplice e complessa, libera e necessitante, trascendente ed anima(le), così come la biologica e materica. Ossimorica, insomma. O terzica. O inter-mediale, eccetera, eccetera.

Enzo Moscato