unisa ITA  unisa ENG


Enzo Moscato - Il pensiero teatrante

Enzo Moscato

a cura di Isabella Selmin


Nessuna parola già detta andrebbe abbandonata mai, in teatro.

E. Moscato

 

La Lingua e (è) la Voce. La Lingua e (è) la Malattia

Per l'articolata dimensione opposizione/congiunzione che tutti i luoghi, tutti i nodi, tutti i gangli della Lingua evidenziano, per le sue specularità-rifrazioni, per quella sua doppiezza, ambiguità, equi-vox-cità, costituzionali, che ce la mostrano nuda e travestitissima, vera e falsa, salvifica e perigliosa, ad ogni percorrere di frase, ad ogni svolta di parola, ciò che si predica della Lingua, ciò che la Lingua copula, fornica, farnetica, riproduce, è, al contempo, estensione di sé e Altro da questo sé, acquisizione e perdita, ampliamento e contrazione, norma e sovversione, vale a dire Medesimo e Sinonimo au/et Contrario e Opposto. Se io dico, per esempio, "La Lingua è la Voce" o "la Lingua e la Voce", nel primo caso denomino una coincidenza, un avvitarsi, un sovrapporsi di due cose tramite l'accentuazione ontica vagante sulla 'e'; nel secondo, un Altro, un suo prolungamento ma non identitario, un'alienazione, un estraniamento, una sfigurante slittazione che solo il lavoro tonale (è al posto di e) procurerà di darne conto. A teatro - nel suo scriversi - quanto più la Lingua insiste sui comuni luoghi di significanza giocando d'ambivalenza, quanto più li martella, praticandoli non nella loro immediata riconoscibilità ma nell'altalena dell'ibrido accentuale, tanto più li misconosce, li trascura, li sfregia, li tradisce, li annulla. È il controlavoro che fa la Voce contro la Lingua, la sincronicità/immobilità della Lingua attraverso il Tempo ovvero la Tradizione. È così che una cosa, un'immagine, un'idea - nella fucina arroventata della diacronia, il sovrapporsi dei tempi, in verticale e in contraddizione rispetto all'asse orizzontale della Lingua, nel crogiuolo del suo deparalizzarla, smuoverla, infettarla - possono apparirci, a un tempo, concrete e astrattissime, dejà vues e nuovissime, materiche, organali, tangibili oppure vuoti suoni, circonvoluzioni del niente, flatus, absentiae, spettri, spifferi irridenti. Insomma, se è vero che la Lingua può coincidere (essere) talvolta col suo veicolo principe, la Voce, e avere con essa intime/carnali adesioni, è altrettanto vero che basta un semplice connubio, una liaison, una de-enfatizzazione degli accenti, che ci imbattiamo subito nell'Ombra, nel perfetto Negativo e allora la stessa Voce, da squillo, allarme, richiamo, può farsi silenzio, mera materia afasica o assoluto gesto, assoluta 'azione che dice' non parlando. In ogni caso, è in bocca, come si vede, "in ore", che il teatro si fa, più che in ogni altro posto, anche se si è muti o si decide di non dare alla Lingua, alle labbra, nemmeno il più piccolo appiglio di darsi ali per voce, di voc'ali'zzarsi.
Ora, il controlavoro che la diacronia fa contro la sincronia della Lingua, lo spallamento o lo smottamento che l'onda dei tempi compie avverso la staticità/sistematicità della Lingua, attraverso la Voce, che è data sempre e soltanto dal Soggetto, vale a dire da un Presente incarnato, ci introduce alla Malattia, alla crisi, a una messa in discussione di ciò che ci è tramandato e impersonalmente si assesta in Tradizione. Ed è questa Malattia - che poi, per Nietzsche, com'è noto, si configura anche come Storia, Reale, Limite e Soglia, insopportabili, da bruciare - che il più delle volte noi vediamo all'opera nelle libertà, anarchie, dolori, che il teatro 'si prende' sulla Vita - sulle convenzionalità o normatività dentro cui si suole mettere a dormire la Vita.
Sotto questo profilo, voglio dire guardando alla deflagrazione della Lingua, al suo bruciarsi/rovinarsi/perire quando viene a contatto col morbo, colla peste, colla crisi, tradotte-trascinate dalle vicissitudini 'al presente' del Soggetto e della sua dolorante Voce, penso d'aver dedicato moltissima attenzione, nel corso del mio costruire-decostruire il teatro che mi riguardava o m'interessava.
Uno sguardo particolarissimo, poi, spetta ad Antonin Artaud, che di questa malattia, questo morbo, questa peste, ineluttabile e necessaria, della Lingua, a contatto col soffrire della Voce, è il primo Scrutatore, il primo scriba, innocentemente impuro.
È a lui che ho dedicato, nel 1994, uno scritto apposito, Pestis Linguae, Lingua pestis, che è divenuto poi, nel 1996, un più articolato discorso scenico, sotto il nome di Lingua, Carne, Soffio.

Enzo Moscato