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Enzo Moscato - Il pensiero teatrante

Enzo Moscato

a cura di Isabella Selmin


Nessuna parola già detta andrebbe abbandonata mai, in teatro.

E. Moscato

 

La Lingua teatrale

La mia Lingua Teatrale - in verità un misto multisonoro e ritmico di napoletano e altri idiomi (italiano, francese, inglese, tedesco, spagnolo, greco, latino, saraceno...) - un po' è inventata, artificiale, costruita 'sub vitro' come in un'officina alchemica, privata e segretissima, un po' è il ricalco esagerato, iperbolico, ridondante, del caos multietnico-poliglottico che ci gira, ai tempi nostri, attorno.
Soprattutto a Napoli, radix-matrix da sempre, di strazi-sublimità vocali, d'armonie-cacofonie di echi urbani, decibel, rumori, urla. All'incrocio, dunque, di queste due istanze: rispecchiamento di realtà e superamento della stessa nella pratica fantastica dei suoni, si situa ciò che io parlo a teatro. Che è ovviamente in linea con la tradizione idiomatica dei Padri e in rotta con loro. In linea, perché sempre nella ritualità scritto-scenica dei nostri drammaturghi maggiori (Viviani, De Filippo, Petito, Bracco, Di Giacomo...) la lingua - l'importanza della lingua, del 'modo di essere in sonorità' di storie, personaggi, tematiche, figure - è stata cardinale, strumento espressivo principe del testimoniare politico, cioè civico, del loro teatro; in rotta, perché in me, nel mio modo d'intendere la scena, tale lingua si stravolge consapevolmente nel plurale, nelle Lingue, nella propria coralità sconfinante-debordante d'infinite assonanze-evocazioni-amplificazioni glottico-desinenziche, che le fanno uscire di colpo dall'isolamento o campanilismo antropo-territoriale, andando a stabilire parentele, consaguineità con altri nuclei-costellazioni significati del comunicar mediterraneo in scena, Africa compresa.

Enzo Moscato