unisa ITA  unisa ENG


Autori - Eduardo De Filippo

Eduardo De Filippo

a cura di Vincenzo Albano

 

Ogni tentativo di dare alla vita un qualunque significato è Teatro.

E. De Filippo

 

 

La poetica

In un’intervista sul «Roma», rilasciata a Giovanni Sarno nel marzo del 1940, Eduardo dichiara che «l’umorismo è la parte amara della risata […] Esso è determinato dalla delusione dell’uomo che è per natura ottimista». Queste parole attengono a due aspetti poetici del suo teatro, perché se da un lato raccontano la condizione penosa della società umana, che condannerà ampiamente, in secondo luogo svelano la ragione per la quale, in maniera così insistente, questa stessa condizione è proposta nei suoi lavori. De Filippo traccia i suoi personaggi sino al fondo della loro solitudine, della incomprensione più o meno ottusa che li divide, dell’animosità repressa che prelude a un dramma. Ed è proprio questa la sua forza; l’aver superato, almeno nella sua piena maturità artistica, gli elementi di quella tradizione teatrale popolare di cui era stato prodigioso allievo, irrigidita soprattutto nei cliché del personaggio/maschera.
Umoristico è allora Luca Cupiello nella sua infantile cura del presepe, se questa gli permette di evadere da una realtà mediocre, e umoristico è tutto ciò che muove il teatro di Eduardo; ma non già come tecnica del comico, piuttosto come visione della vita, specchio di un uomo – appunto –ottimista nell’intimo, ma costantemente deluso dalle ipocrisie, dalle ingiustizie, dai conformismi, dalle storture.
Quella sul «Roma» non può quindi che essere una dichiarazione anche di personalità, che poi si riflette fedelmente nel suo teatro. Eduardo – in questo senso – respingerà spesso le allusioni ad un certa misantropia caratteriale. Molte delle sue commedie nascono infatti più da un forma di indignazione che di allontanamento; non troverebbe al contrario spiegazione la sua volontà di parlare al pubblico, a volte - come nel caso de Gli esami non finiscono mai - in maniera diretta e colloquiale (tra l’altro è l’ultima delle sue commedie). Testi come Natale in casa Cupiello, Questi fantasmi!, Mia famiglia, Sabato, domenica e lunedì, nascono sì da una volontà di denuncia, ma certamente dalla necessità di mettere in comunicazione gli uomini, distanti anche all’interno del proprio nucleo familiare. È una sottile ironia intellettuale, ma soprattutto un’intensa partecipazione umana, a costituire quindi la nota dominante della sua personalità di uomo, di attore e di autore.
Non risparmia nessuno, neanche la famiglia, perché non vi può essere solidarietà tra gli uomini se prima di tutto non ce n’è all’interno della “casa”. Il Natale di Luca Cupiello è in questo senso rappresentativo di un sogno domestico destinato ad andare in pezzi di fronte alla realtà e alla difficile convivenza umana.
Per Eduardo la responsabilità ce l’ha il denaro, che ha reso vuoti i valori tradizionali e animato sentimenti avidi e calcolatori; altrettanto, l’incapacità di sapersi amare secondo un cristianesimo puro, che richiama più alle virtù innate dell’uomo che ai dogmi strutturati dalla Chiesa. Nel suo teatro Dio è assente; quello di De Pretore Vincenzo è più umano che divino e se da un lato il soprannaturale è poco di là della portata dell’uomo, pensiamo a Le voci di dentro, dall’altro l’eternità promessa allo stesso è soltanto una truffa, basti pensare a Il contratto. L’uomo nella poetica eduardiana è libero di farsi la sua strada, di redimersi, libero di crearsi il proprio destino senza fatalismi, ma tra difficoltà e delusioni, vedi Napoli milionaria, Filumena Marturano; e se questa libertà, questa speranza, è compromessa dall’accanimento degli uni contro gli altri, pensiamo a Le voci di dentro, è necessario andare avanti lo stesso, magari cercando rifugio nelle illusioni (è il caso tra gli altri di Questi fantasmi!). E sono illusioni “eduardiane”, quelle che si fondono con la verità e non già, dunque, trionfo dell’irrazionalità sulla ragione, ma bisogno di crearsi un mondo proprio pur guardando al tempo stesso, e bene, la realtà. A cosa si ridurrebbe la vita senza di esse? Senza la costante ed ingenua speranza di qualcosa di meglio? All’uomo - è non è piccola cosa - è stato concesso il dono di sognare; e magari, di fantasticare proprio un “mondo un po’ meno tondo e un po’ più quadrato”, per parafrasare Antonio Barracano ne Il sindaco del Rione Sanità. In una delle sua lezioni di drammaturgia, tenute agli inizi degli anni Ottanta presso l’Università La Sapienza di Roma, dirà proprio agli allievi: «Sin da giovanissimo, non ho mai dubitato che per quel che riguarda i temi da trattare non c’è che uno scrigno, un forziere da cui attingere a piene mani, ed è la vita stessa. Ma accanto alla vita, deve esserci sempre un bagliore lucente, un setaccio d’oro che filtra la realtà e la trasforma in teatro: la fantasia».