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Autori - Eduardo De Filippo

Eduardo De Filippo

a cura di Vincenzo Albano

 

Ogni tentativo di dare alla vita un qualunque significato è Teatro.

E. De Filippo

 

 

La lingua

Il celebre paradosso eduardiano, secondo il quale «fare teatro significa vivere sul serio quello che gli altri, nella vita, recitano male», conferma, anche per quanto riguarda la lingua, il carattere naturalistico della sua opera. Dialetto e “lingua”, nelle sue commedie, si affiancano secondo modalità assolutamente credibili rispetto alla realtà extrateatrale e pienamente funzionali alla volontà di adottare un registro linguistico che fosse “parlato” e meno “letterario” possibile, dotato della stessa naturalezza e colloquialità del dialetto; di uso corrente, agile e spontaneo, adatto al dialogo familiare come alla scrittura.

«Io scrivo per tutti: ricchi, poveri, operai, professionisti. Tutti, tutti! Belli, brutti, cattivi, buoni, egoisti… Quando il sipario si apre sul primo atto di una mia commedia, ogni spettatore deve potervi trovare una cosa che gli interessa».

Il dialetto è senza dubbio la sua prima spontanea opzione, quella dell’apprendistato d’autore su cui forgerà tutta la sua esperienza artistica, anche d’attore. La recitazione lo aiuterà nella scelta delle espressioni più efficaci, adatte al comportamento di personaggi che dalla carta inizieranno a muoversi sul corpo dell’attore. Del resto, all’inizio, quello di Eduardo è un teatro essenzialmente comico e non c’è modo di far ridere in una lingua non propria. L’abitudine a un lavoro di adattamento non l’abbandonerà mai, neanche nell’interpretare lavori di altri autori, che adatterà non tanto in un vero dialetto napoletano, quanto in un italiano napoletanizzato. L’uno o l’altro che fosse, la lingua fu per lui tuttavia mai un fine, piuttosto il mezzo più efficace per esprimere la realtà che in un determinato momento sentiva di voler rappresentare. Il caso esemplare, per quanto estremo, del modo di parlare di Sik-Sik, protagonista dell’omonimo lavoro, testimonia appunto della stretta connessione tra la lingua delle commedie e la realtà. La sua sgrammaticatura, ben lungi dall’essere una invenzione espressionstica, è invece la ripresa di un modo di comunicare tipico degli imbonitori da fiera. Sik Sik appartiene alla schiera di coloro che alterano il proprio linguaggio per fare bella figura, ma per ignoranza cadono in una serie di spropositi ed errori.
Durante la sua carriera Eduardo avrebbe continuato a modificare questa stessa lingua e ad adattarla alle proprie esigenze e a quelle della comunicazione con il pubblico, del quale rispetterà sempre l’autorità.

«Io credo che il linguaggio teatrale sia trattabile secondo il tipo di drammaturgia. C’è la commedia, il dramma, la tragedia, la farsa, il grottesco, la satira. Ci sono tanti linguaggi da usare in teatro che fanno sempre parte della lingua usuale, della lingua parlata. La lingua letteraria è un’altra cosa, ed io ritengo che sia sempre un carcere per il teatro. Bisogna adattare la lingua secondo il tema, il componimento e l’ambiente che trattiamo. Non esiste un linguaggio unico per il teatro».

Prima ancora di Eduardo, già Scarpetta (in antitesi al teatro d’Arte dei diversi Di Giacomo, Russo e Bovio, fortemente declinati a un monolinguismo lirico dialettale) avvertiva la necessità di cercare strade diverse. In una situazione sociale già dalla metà dell’Ottocento caratterizzata dalla compresenza di italiano e dialetto, anche nel mondo della piccola borghesia e del popolo, gli apparivano inadeguati tanto l’italiano letterario, ancora legato a un certo repertorio, quanto un dialetto altrettanto letterario, esente da compromissioni con la lingua, rivendicando sempre alle critiche mossegli l’autorità del botteghino. Nei primi decenni del Novecento, anche il drammaturgo Roberto Bracco negherà l’esistenza di un solo modo di parlare e scrivere in napoletano, dichiarando senza equivoci che l’intento di essere “realisti” avrebbe dovuto comportare un’inevitabile deroga al monolinguismo dialettale.
Eduardo, con la sua “commedia napoletana”, si inserisce perfettamente nel mezzo, tra la pochade scarpettiana e la vocazione lirico-drammatica del Teatro d’Arte, avendo reso conciliabili, di fatto e nel tempo, due modi di fare teatro inizialmente antitetici. In particolare negli anni Trenta riuscì ad affrontare e superare le politiche antidialettali e xenofobe messe in atto dal regime fascista, che di fatto condizionavano la produzione teatrale con mancati finanziamenti o prese di posizione della critica connivente.
A “condizionare” la lingua delle sue commedie fu senza dubbio anche la possibilità di diffusione offerta dalla radio e dalla televisione. Eduardo colse le straordinarie opportunità offerte dai nuovi mezzi di comunicazione e rispetto ad essi fu ugualmente abile traduttore, come una ventina d’anni prima per i periodici e, più in generale, per il teatro edito. Non si trattava più di consegnare un testo alla scrittura, ma di recitare in una lingua lievemente ritoccata nel lessico (e non dunque nella sintassi), simile a quella che l’esperienza e il mestiere gli suggerivano durante le recite lontano da Napoli. La rielaborazione dei testi per la radio e la televisione ne avvalorava l’originaria opzione linguistica, quella cioè di un italiano parlato, con sfumature lessicali regionali, e dunque valido ed efficace anche su scala nazionale. Ecco che quando negli anni Settanta propone in tv le sue commedie o quelle di Eduardo e Vincenzo Scarpetta, in evidente sintonia con i gusti del pubblico, Eduardo sa bene che i suoi lavori rappresentano un evento televisivo, al di là delle eventuali difficoltà di comprensione.
Dopo settant’anni di palcoscenico, durante i quali aveva sempre cercato di andare incontro alle attese del pubblico, con il successo in televisione Eduardo finalmente otteneva che il pubblico si adeguasse a lui e alla sua lingua.