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Autori - Eduardo De Filippo

Eduardo De Filippo

a cura di Vincenzo Albano

 

Ogni tentativo di dare alla vita un qualunque significato è Teatro.

E. De Filippo

 

 

Il contratto

Alla fine del 1966, il Direttore della Biennale Teatro, Wladimiro Dorigo, aveva invitato Eduardo a scrivere un testo per la 26ª edizione che avrebbe avuto luogo l’anno successivo. In quel periodo, in lavorazione c’erano due opere: Il monumento, con la possibile interpretazione di Anna Magnani, e, appunto, Il contratto. Nella decisione influì non poco l’incrinarsi dei rapporti con la grande attrice romana, che di fatto, annullò la prima opzione. Eduardo, comunque, in più di una occasione, citerà Il contratto, come una della sue migliori commedie, in scena dunque nel 1967 alla Fenice di Venezia, con Pupella Maggio coprotagonista. Nel cast, oltre Beniamino Maggio, figuravano giovani che avrebbero fatto strada: Bruno Cirino, Isa Danieli e Vittorio Mezzogiorno. Degne di nota anche le altre collaborazioni, in particolare le scene e i costumi di Renato Guttuso e le musiche originali di Nino Rota. Lo spettacolo verrà ripreso anche nelle due stagioni successive e nel 1971 conoscerà anche una versione tedesca.
Il titolo sottintende alla bella trovata del protagonista, Geronta Sebezio, che assicura di poter far tornare in vita una persona appena morta, ma a certe condizioni: prima di tutto una condotta irreprensibile del defunto, poi il sincero desiderio dei congiunti di riaverlo al mondo e infine un testamento giusto verso i familiari e generoso verso un “qualcuno” sopportato o persino odiato in vita. Troppo bello per essere vero. Ed infatti non è vero. Il taumaturgico potere del protagonista esiste soltanto nella credulità di chi si illude che possa ripetersi il miracolo di Lazzaro, perché “il contratto” è solo la premessa di una serie di raggiri che permettono al suo ideatore di impadronirsi di parte delle altrui fortune.
In campo è una profonda amarezza sulle qualità dell’uomo, dominato dalla cupidigia, dall’ipocrisia ed assolutamente incapace di amare il prossimo. Geronta ricorda per certi versi il personaggio del Tartufo di Molière. Si accanisce e truffa determinate persone; scova all’interno della famiglia rapporti interpersonali ruvidi e cattivi, già vizati dalla presenza di un interesse, e dunque riesce a frodare perché ha a che fare con gente che a sua volta vuole rubare. Si dirà, in questo senso, che il vero protagonista dell’opera è piuttosto il coro, di un’umanità divisa in sommarie categorie tutte indistintamente avide e avvilite. Ed in effetti, sul banchetto nuziale a conclusione di un nuovo contratto, Eduardo farà calare il sipario finale su uomini febbrilmente intenti a strappare limoni e arance dai festoni, ad ammucchiare a terra, ognuno per conto proprio, ogni tipo di vivanda possibile. Come già in parte al personaggio di Antonio Barracano, ne Il Sindaco del Rione Sanità, De Filippo lascerà anche a Geronta l’amministrazione di una “giustizia” extralegale, forse più giusta di quella dei tribunali. In una società così incattivita e materialista, nella quale anche la famiglia è a rischio, chi fa i propri affari ostentando virtù cristiane di amore e generosità, qualche buon risultato finisce per averlo.