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Autori - Eduardo De Filippo

Eduardo De Filippo

a cura di Vincenzo Albano

 

Ogni tentativo di dare alla vita un qualunque significato è Teatro.

E. De Filippo

 

 

Gli esami non finiscono mai

È l’ultima commedia di Eduardo. Scritta nel 1973, debutta al Teatro della Pergola di Firenze il 19 dicembre dello stesso anno, cui fece seguito una messinscena romana, al Teatro Eliseo, che si ricorda per l’accoglienza senza precedenti del pubblico. Le date registrarono infatti il tutto esaurito con dodici giorni di anticipo e le code al botteghino, su tutta via Nazionale, provocarono addirittura problemi di ordine pubblico. Dalla prima rappresentazione, fino ai giorni nostri, inoltre, il titolo di quest’opera è entrato nel linguaggio comune, diventando un vero e proprio modo di dire, a testimonianza di quanto Eduardo sia entrato nel vissuto della gente.
Il tema degli esami che non finiscono mai, per il protagonista della vicenda e per ciascuno di noi, è esemplificativo di una verità: l’intrusione costante del pregiudizio, della meschinità, del conformismo, dell’invidia, o soltanto di una curiosità morbosa, nell’esistenza altrui.
Per Eduardo, come sembra abbia voluto dirci, siamo tutti sempre sul banco degli imputati, di fronte a persone che arbitriariamente hanno assunto il ruolo di giudici. E ce l’ha detto portando in teatro una vicenda che si svolge nell’arco di mezzo secolo, attorno alle infinite prove che il protagonista Guglielmo Speranza si trova a dover affrontare nel corso della sua vita, dal giorno della laurea fino alla morte.
Il colloquio che Speranza intrattiene col pubblico è diretto. Un artificio narrativo che consente all’autore di “parlare” attraverso il suo personaggio ed esprimere un punto di vista sulle vicende, talvolta addirittura anticipandole.
La commedia percorre così l’amara vicenda di un “uomo qualunque”, un’esistenza che dagli anni Venti agli anni Settanta, vede avvicendarsi una interminabile serie di esami, ai quali, alla fine il protagonista deciderà di rispondere con il silenzio. Guglielmo Speranza, simbolo di un’umanità sognatrice e illusa, si fingerà muto (pensiamo al personaggio di Zi’ Nicola de Le voci di dentro) per protestare contro il conformismo dei benpensanti. È in questo espediente la particolarità della commedia, come partitura per gesti e silenzi, dove l’antico realismo lascia il posto alla pura allusività, ad una atmosfera sempre più rarefatta.
Quando non può impedire che i tre luminari lo visitino, i paroloni di cui è infarcita la loro diagnosi gli ricordano il burlesco sermone con cui fu festeggiato per la laurea dai colleghi. Questo lo diverte. E diventendosi Guglielo muore, dopo essersi sottratto a un ultimo esame, tentato da un prete per recuperare la sua anima in extremis. Muore con grande sollievo dei parenti, che non terranno conto neanche delle sue ultime volontà.